| Non chiamateli zingari |
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L’etnia Rom fra difficoltà e polemiche in Piemonte Una fiammata, la gente che scappa, le roulotte, con dentro tutti i documenti, che bruciano. A meno di 24 ore dallo sgombero, un incendio ha completamente distrutto il campo abusivo che i Rom romeni avevano costruito in via Vistorio, sulle sponde del torrente Stura. Una brutta storia: un rompicapo per i carabinieri che non sanno a che versione credere, una sciarada gipsi dove si intrecciano faide, opportunismi e odi atavici tra popoli che una terra loro non l’hanno mai avuto. Di certo c’è solo che è stato uno zingaro. Ma chi? E di che ceppo? Gli sfollati, 61 nomadi originari di Oravitza, accusano i clan di sinti italiani. I loro connazionali, ma originari di Bacau, stessi sostengono invece che l’incendio sia stato appiccato dagli stessi abitanti del campo, così da garantire loro assistenza umanitaria in vista del rigido inverno. Quale sia la versione giusta è quasi impossibile dirlo. Sta di fatto che i carabinieri hanno escluso l’attacco di un piromane xenofobo armato di molotov. Di tracce di bottiglie incendiarie gli uomini dell’Arma non ne hanno trovate, nonostante gli sfollati parlino di un blitz notturno che li ha costretti ad abbandonare le roulotte in fiamme. Ed è altrettanto assodato che il rogo di via Vistorio riproponga in tutta la sua stringente urgenza l’emergenza zingari sotto la Mole. Un allarme suonato ancora più forte dopo il primo gennaio del 2007, quando la Romania ha ottenuto lo status di paese comunitario. Insomma, niente più passaporto o permesso di soggiorno per arrivare dalle sponde del Danubio a Torino. Né il rischio di essere identificato come clandestino e rinchiuso al Cpt di corso Brunelleschi nell’atteso del rimpatrio. Con il capodanno del 2006 Torino è diventato il paese del bengodi per un numero pressoché indeterminato di zingari romeni. C’è chi parla di 4mila, chi di 3mila, chi addirittura di 6mila. E intanto i campi rimangono quelli di sempre, e vale a dire gli assembramenti autorizzati di corso Unione, strada Aeroporto, via Lega e via Germagnano. In tutto si parla di 500, 600 persone al massimo, contando anche i nuclei Sinti che di fatto godono appieno dello status di cittadini italiani. E gli altri? Vivono sparpagliati per la città, in campi di transito abusivi o occupando vecchie fabbriche o strutture abbandonate. I posti sono in fondo sempre gli stessi. L’ex Mattatoio, il lungo Stura, il parco Piemonte, la Pellerina. Sono romeni e italiani, regolari e clandestini, spesso divisi da odi etnici e culturali che si perdono nei secoli e uniti negli stessi spazi dalla necessità odierna. Per vivere si arrangiano: accattonaggio e piccoli furti alcuni, commercio del rame – spesso rubato anch’esso – altri, mestieri tradizionali come la lavorazione dei metalli altri ancora. E spesso più capire che qualcuno pesti i piedi a qualcun altro o semplicemente non si voglia adeguare alle regole degli altri. Secondo gli sfollati dello Stura, il rogo al campo abusivo si potrebbe spiegare così. E il Comune cosa fa? Da un lato promette la linea dura e dall’altro propone la creazione di nuovi campi di transito, con rischio che questi si trasformino in nuovi insediamenti stanziali. Nel primo solco si inseriscono gli incontri con gli emissari di Bucarest per il reinserimento lavorativo degli zingari in Romania, dove attualmente c’è un deficit occupazionale di circa 200mila unità. Inoltre, l’idea sarebbe quella di lasciare i più riottosi al loro paese, nonostante quest’ultimo sia ormai una nazione comunitaria. Intanto, però, Torino si cautela con la proposta di creare nuovi spazi per accogliere il continuo afflusso di nomadi dall’Est. E si sa, quando si parla di nomadi spesso il “precario” diventa a tempo indeterminato. |
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