Eutanasia: sì o no PDF Stampa E-mail
Un dibattito che si riapre regolarmente Il caso di Manuela Englaro, la ragazza in coma dal 1992 e mantenuta in vita contro il volere del padre riapre, regolarmente, il tema sulla liceità e l’opportunità di praticare l’eutanasia ai pazienti in coma vegetativo.
 
La notizia di oggi secondo la quale i giudici della Suprema Corte hanno accolto la richiesta del padre della ragazza di sospendere l’alimentazione tramite sondino e quindi di fatto impongono un nuovo processo, riapre la questione e sicuramente non mancherà di alimentare accese polemiche sull’argomento.
 
L’ eutanasia ( letteralmente: dolce morte) consiste nel dare la morte a chi è affetto da una malattia inguaribile e dolorosa e prossimo alla fine, per abbreviarne le sofferenze. Si ricordi però che il primo principio morale imposto al medico è quello di rispettare in maniera assoluta la vita umana, principio che ha valore universale poiché la conservazione della vita è lo scopo dell’attività medica ed è il retaggio tramandato dai medici di ogni tempo.
In caso di malattia insanabile e in fase terminale però, il medico può limitarsi a lenire le sofferenze fisiche e morali, fornendogli i trattamenti appropriati per conservare quanto è più possibile la qualità di una vita che si spegne. Per maggiore chiarezza, bisogna distinguere tra eutanasia vera e propria (attiva) ed altre specie di morte provocata, che nulla hanno a che vedere con la prima.
 
Si parla infatti di eutanasia eugenetica quando questa è utilizzata per eliminare in maniera indolore esseri umani deformi o tarati da malattie ereditarie. Altro caso è l’eutanasia utilitaria che consiste nell’eliminazione indolore degli individui anziani, invalidi, inutili e di peso. Queste uccisioni contrastano con i più elementari sentimenti di solidarietà verso gli esseri umani più bisognosi di assistenza e di cura, condannate senza mezzi termini con pratiche illecite e disumane.
 
In senso proprio, l’eutanasia di cui ci occupiamo ha una fisionomia caratterizzata da tre elementi: 1) Movente della pietà: rappresentato dal sentimento di misericordia che spinge ad anticipare la morte di un paziente con il solo scopo di abbreviarne le sofferenze. 2) Lo stato di malattia insanabile e le sofferenze insopportabili allorché la morte sia inevitabile. 3) L’impiego di mezzi idonei a rendere il trapasso indolore, sereno e rapido. Nel nostro Paese, come è noto, l’eutanasia non è ammessa e, l’uccisione pietosa degli infermi si configura come reato penale e viene inquadrato nell’art. 575 cp., ovvero omicidio volontario attenuato dal movente della pietà, e nell’art. 579 cp., ovvero omicidio del consenziente. Si può configurare una terza possibilità, prevista dall’art. 580 cp., vale a dire istigazione o aiuto al suicidio, che si prefigura qualora l’infermo sia stato indotto, rafforzato nel suo proposito o materialmente agevolato.
 
Quindi, in sostanza, per il diritto vale il principio che non è lecito uccidere né agevolare nel suicidio il malato terminale, cioè non conta il concetto di “morte anticipata”. Infatti, l’incriminazione più frequente in cui incorre il sanitario o il parente che pratica l’eutanasia, è quello di omicidio volontario attenuato. A fianco all’eutanasia attiva, esiste un altro tipo di eutanasia, l’eutanasia passiva. Un tempo, con questo termine, si intendeva la pratica di lasciare morire il malato, rinunciando alle cure che ne avrebbero prolungato inutilmente la vita e le sofferenze. Non di rado però, questo comportamento sconfinava nell’omicidio per omissione, allorché si sospendevano le terapie essenziali per il mantenimento della vita, in modo da determinare, la morte del paziente giunto ormai quasi alla fine.
 
Oggi si parla di nuovo di eutanasia passiva, ma con un altro significato: ovvero l’astensione da ogni azione che può prolungare inutilmente il momento dell’exitus. Purtroppo a tutt’oggi, non esiste ancora una legge che possa dispensare i medici dal praticare terapie di sostenimento vitale di una qualsiasi persona che versi in condizioni terminali, in quanto sia in Parlamento, sia tra la maggior parte dei cittadini, vi è una forte diffidenza nei confronti dell’argomento. 
 
Dr. Gabriele Antonica Medico Chirurgo
 
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