Espulsioni, beffa italiana PDF Stampa E-mail
 Il pugno duro resta sulla carta. E i criminali ridono C'è voluto il massacro di una donna innocente, stuprata e uccisa tra i rifiuti delle baraccopoli di Tor di Quinto a Roma, per capire che lo status di "comunitari" concesso a certi gruppi - Rom in testa - non era sufficiente a risolvere tutti i problemi. Ma come troppo spesso succede in Italia, la stalla è stata chiusa solo quando i buoi erano già tutti scappati. E questa volta, il lucchetto si chiamava "decreto per le espulsioni facili". Un lucchetto che però non è mai stato serrato sull'emergenza. E questa volta non è la solita critica sterile di chi dice “non si fa abbastanza” e “si arresta troppo poco”. I frutti dello strumento giuridico che avrebbe dovuto risolvere ogni problema con quei comunitari che si rifiutano di integrarsi sono quanto mai scarsi. In tutta Italia le espulsioni sono state appena 117.
Un pugno di uomini per un problema apparentemente irrisolvibile e sotto gli occhi di tutti. E sta di fatto che in tutta Torino, che comunque convive con una popolazione Rom di 2.500 individui, le espulsioni sono state appena due. Un ladro e un ricettatore. Entrambi personaggi ben noti alle forze dell'ordine, entrambi con una sfilza di precedenti alta una spanna. Ma non certo due "belve umane", due nemici pubblici numeri uno. Loro sono stati il palliativo del primo giorno di controlli, quello dei 30 zingari fermati dai blitz della polizia nei campi nomadi. Un po' capri espiatori, sacrificati sull'altare dell'efficienza di un decreto che efficiente non è. Per gli altri 28 finiti nella rete delle forze dell'ordine si è aperta la porta del cavillo giuridico, del problema interpretativo, della piega del diritto.
 
 E quindi di una libertà che si associa alla dicitura poliziesca “necessità di maggiori e più attenti controlli”. Accertamenti che ovviamente, trattandosi di nomadi, non daranno altro che il tempo ai sospettati di lasciare le loro baracche di lamiera o i magazzini di qualche fabbrica abbandonata alla volta di lontani, e più sicuri, lidi. E questo nonostante i numeri indichino un'emergenza quasi insanabile: il 16 per cento degli arrestati e dei denunciati in Italia è un romeno. Nella sola Torino, 55 di loro sono stati arrestati dai carabinieri per reati legati allo spaccio di droga, mentre altri 350 sono finiti nella rete della polizia per una gamma quasi sconfinata di fattispecie penali. Senza dimenticare i 2200 stranieri indagati o denunciati a piede libero in un solo anno. Individui in media anche più socialmente pericolosi del ladro e del ricettatore espulsi a settembre.
 
Eppure, per loro, il decreto che doveva salvarci da tutti i mali sembra non valere. Anche perché è pur sempre un decreto che va ancora convertito in legge. E finché la conversione non sarà avvenuta, i ricorsi e le scarcerazioni avranno gioco molto facile. Insomma, siamo punto e a capo. I buoi continuano a scappare dalla stalla, mentre il fattore si sta ancora interrogando sul funzionamento del lucchetto che ha in mano.
 
 Cambio della guardia al Palazzo del Governo di piazza Castello. Goffredo Sottile, il prefetto delle Olimpiadi, lascia Torino e si prepara alla direzione dell'Unire, l'ente che si occupa dello sviluppo delle razze equine e, soprattutto, di un mondo, quello delle corse dei cavalli, troppo spesso in mano alle associazioni mafiose. Su chi sia il suo successore non c'è ancora nulla di ufficiale, ma in pole position c'è Giosuè Marino, attuale prefetto di Palermo. 63 anni, sposato e con due figli, Marino ha già lavorato in Piemonte come rappresentante del Governo per la provincia di Biella. Dal 2000, poi, il trasferimento nel capoluogo siciliano. Un banco di prova duro in una realtà dove l'immagine dello Stato è troppo spesso messa a dura prova dall'arroganza delle cosche e dall'illegalità diffusa imposta dalla Mafia. Un uomo di spessore e esperienza che il consiglio del Ministri potrebbe destinare agli uffici di piazza Castello già lunedì pomeriggio, nel corso della prima riunione dopo l'addio di Sottile. Marino si troverà così a gestire una città che, pur arrivando dai fasti delle giornate olimpiche, continua a chiedere a gran voce più sicurezza e un giro di vite definitivo contro la microcriminalità, spaccio in testa. Insomma, completare il lavoro iniziato dal suo predecessore senza dimenticare i nodi storici di un territorio che negli ultimi anni ha dovuto affrontare anche l'emergenza Tav e la recrudescenza dell'eversione di matrice anarco-insurrezionalista. Magari conservando quella discrezione tutta sabauda che ha permesso a Goffredo Sottile di gestire l'evento olimpico senza militarizzare la città, facendo in modo che tutto andasse per il meglio. 
 
 
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