Assediati dal caro vita PDF Stampa E-mail
assediati dal caro vitaL’eredità di Prodi <Siamo nell'euro>. Il faccione di Prodi, bloccato in un'ebete espressione da scemo del villaggio, è ancor oggi ben impressa nelle menti di milioni di Italiani. Quel giorno, l'Italia, a prezzo di "sudore, lacrime e sangue" versati a fiumi, entrava nei dignitari d'Europa che potevano vantare l'Euro come moneta nazionale. Peccato che allora nessuno avrebbe immaginato quanto sudore, quante lacrime e quanto sangue la nuova valuta ci avrebbe fatto versare. E ancora oggi, illusi da valori dell'inflazione che ai più possono apparire trascurabili, non abbiamo forse idea di quanto ci sia costato quell'improvvido annuncio del nostro amato Mortadella. A chiarirci le idee ci hanno in compenso pensato le associazioni dei consumatori. Dal 2002, quando una lira mai abbastanza rimpianta ha fatto posto alla nuova moneta, gli aumenti sono stati quantificati in qualcosa come 7.635 euro. O 1.300 euro all'anno, se preferite. E se i grandi numeri non sono il vostro forte, basti sapere che ogni mese 100 euro vanno a farsi benedire per gli aumenti.
 
Se non siamo alla crisi della Repubblica di Weimar, a questo punto, poco ci manca. Tanto che un ente al di sopra di ogni sospetto - la Commissione Europea che annualmente stila il rapporto sulla protezione e sull'inclusione sociale - ci ha di fatto paragonato ai paesi dell'ex blocco comunista, dove se non si parla di terzo mondo siamo lì. Secondo quanto scritto a Bruxelles, in Italia un bimbo su 4 vive a rischio povertà. Esattamente come accade in Romania, Ungheria e Lituania e appena un punto sotto alla Polonia.
 
Pensare che questo dato nella media europea si attesta al 19 per cento, mentre nelle grandi democrazie del Nord - ispirazione dell'illuminata sinistra veltroniana - non supera nemmeno il 10 per cento. Come è possibile che il Bel Paese sia caduto così in basso? Le associazioni dei consumatori non sembrano avere troppi dubbi: semplicemente chi doveva non ha vigilato, permettendo una crescita esponenziale dei prezzi senza che venisse applicato alcuno strumento di controllo. In pratica, quello che all'origine costa 10 arriva sulle nostre tavole con prezzi gonfiati del 4 o 500 per cento, ritoccati ad arte verso l'alto da filiere infinite che fanno solo il gioco dei grandi produttori e dei baroni della distribuzione. Prendiamo la verdura, per esempio. Patate e zucchine che aumentano di 6-7 volte di prezzo nel passaggio dal produttore alla tavola dei cittadini.
 
Arance e pomodori che decuplicano il proprio valore dall'inizio alla fine della filiera, quella che si conclude alla cassa di un supermercato o sulla bilancia del negozietto di fiducia. Aumenti che arrivano anche al 1000 per cento nei casi limite, con prodotti magari coltivati a Moncalieri ma che, se risucchiati nei meccanismi della distribuzione, viaggiano magari per 400 chilometri prima di finire nei supermercati di Torino. E che dire allora dell'altro alimento principe della nostra tavola, quella carne che in molti stanno tornando a mangiare solo una volta alla settimana? Il prezzo è volato alle stelle, con rincari medi superiori anche al 400 per cento dal produttore al consumatore. Ingiustificati, però, dai ribassi registrati dai capi di bestiame.
 
Un esempio efficace viene dal bovino adulto: se in stalla il capo di bestiame scende dai 3,20 euro al chilo del 2006, a circa 2,50/3,00 del 2008, al bancone è tutta un'altra storia. Il prodotto finito viene venduto dai macellai a peso d'oro: un chilo di scamone, in offerta a 9,90 al supermercato, arriva a costare fino a 25 euro al chilo in macelleria. Stesso discorso per gli altri tagli di carne bovina: il "girello" oscilla tra i 15 e i 25 euro al chilo, la costata tra gli 11,90 e i 20, il sottofiletto tra i 15,50 e i 20 euro al chilo. Prezzi da borsa nera, da inverno del '44. Almeno allora c'erano le Am-Lire. Che pur essendo lire solo per metà, erano forse meglio di questo euro che poco a poco ci sta dissanguando. Grazie, professore.
 
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